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MarieClaire si arrende al digitale in UK

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Dopo 31 anni, l’edizione britannica di Marie Claire cesserà di essere stampata. 120 mila copie diffuse, delle quali però 40 mila in modalità gratuita, hanno convinto l’editore TI Media, che in UK pubblica oltre 50 titoli, a prendere altre strade.

Marie Claire UK si unisce così alla lunga serie di riviste che hanno cessato le pubblicazioni in formato cartaceo e intrapreso un percorso esclusivamente digitale.

D’altra parte, il mercato delle riviste in generale, non solo quindi dei femminili, è diventato sempre più difficile con il passaggio dei lettori ai media digitali.

In UK, le vendite dei primi 100 titoli di stampa tra il 2010 e il 2017 sono diminuite del 42%, passando   da 23,8 milioni a 13,9 milioni (dati Abc).  Stesso calo anche per la pubblicità, scesa da 512 milioni di sterline nel 2010 ai 250 milioni del 2018 (dati GroupM).

Lavoro da oltre 20 anni nel mondo editoriale, delle tlc e di internet, occupandomi principalmente di marketing e pubblicità. Laureato in Scienze Politiche Internazionali, ho lavorato in Telecom Italia dove, dopo un periodo al marketing strategico, ho partecipato al lancio di Tin.it prima e di Excite Italia poi. Mi sono occupato di pubblicità per Editori PerlaFinanza, per News 3.0 e per il gruppo Hearst Italia. Attualmente mi occupo di digital advertising per Il Sole 24 ORE.

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Los Angeles Times: pubblicità quasi a zero

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A causa degli effetti inaspettati di Covid-19, le nostre entrate pubblicitarie sono state quasi azzerate“, è questo quanto contenuto in un memo che è circolato lo scorso martedi 17 aprile tra lo staff di Chris Argentieri, presidente del California Times, la casa editrice che include The Times e The San Diego Union-Tribuna. Successivamente è stata fatta circolare una dichiarazione nella quale si dice che il LA Times ha perso più di un terzo delle sue entrate pubblicitarie e che prevede di perdere più della metà delle sue entrate pubblicitarie nei prossimi mesi.

E sono proprio i prossimi mesi a rappresentare, per molti editori di notizie locali negli Usa (ma non solo) la variabile più importante perché la pubblicità locale sarà assente fintanto che durerà la chiusura di negozi e attività commerciali locali, influendo quindi sul futuro di molte testate di stampa.

La voce che circola all’interno della casa editrice è che se il lock-down durerà ancora alcune settimane possono esserci delle chance di sopravvivenza ma se il periodo di chiusura dovesse prolungarsi fino ad oltre l’estate per la testata, che dopo l’acquisto da parte del miliardario biotecnologico Patrick Soon-Shiong nel giugno 2018 ha mancato tutti gli obiettivi di rilancio anche a livello di abbonamenti digitali, sarà la fine.

Nel frattempo sono iniziati i tagli, con la chiusura di tre edizioni settimanali locali che servono le città di Burbank, Glendale e La Cañada Flintridge e il licenziamento dei redattori. Un pezzo di storia della stampa in US che se ne va. Il Burkand Leader è una testata nata nel 1985 prendendo l’eredità del Burbank Daily Review fondato nel 1908. La Canada Valley Sun è una testata del 1946, mentre il Glendale News Press, che fa riferimento ad una cittadina di 200 mila abitanti, è una testata fondata nel 1905.

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Streaming on demand al sorpasso della pay-tv in Italia nel 2019

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Il mercato degli abbonamenti ai servizi di streaming on demand (Svod) è cresciuto enormemente negli ultimi anni nonostante i due fattori tipicamente italiani che, in qualche modo, ne frenano l’adozione: il digital divide da un lato e l’ampia offerta della tv lineare generalista dall’altro.

Secondo i dati dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano il valore del settore in Italia è stato pari a 177 milioni di euro nel 2018 in crescita del 46% rispetto all’anno precedente.

Il trend di crescita, spinto anche dall’ingresso nel mercato di altri operatori come Dazn (che ha avvicinato a questa modalità di fruizione un pubblico trasversale e più ampio costituito dagli appassionati di sport), potrebbe portare il numero di abbonati ai servizi di streaming a superare quello degli abbonati alla pay-tv già alla fine del 2019.

Se, infatti, gli abbonati alla pay-tv sono piuttosto stabili, il numero di quelli che scelgono i servizi di streaming online è in forte crescita. L’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano stima che abbiano raggiunto il 19% della popolazione Internet italiana rispetto all’8% di un anno fa. Un’audience in crescita capace di impattare su tutta l’industry del settore, in primis sul mondo della pubblicità, che grazie all’addressable adv – una modalità di erogazione di annunci pubblicitari sulla TV digitale che permette di mostrare annunci specifici, diversi da famiglia a famiglia, in tempo reale, in base alle caratteristiche del nucleo familiare, attraverso una combinazione di tecnologie di erogazione di contenuti pubblicitari e di analisi e segmentazione dell’audience – cambierà nei prossimi anni le modalità di investimento da parte delle aziende anche grazie allo switch verso la tecnologia Dvb-T2 che, comporterà la sostituzione di molti televisori nelle case degli italiani entro il 2022, facilitando quindi la diffusione di smart tv.

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Il Washigton Post chiude la free press Express

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Distribuito in vecchio stile da venditori ambulanti, i cosidetti strilloni, giovedi 12 settembre l’Express, il tabloid gratuito pubblicato da The Washington Post, ha salutato i viaggiatori della metropolitana per l’ultima volta, non senza un tono polemico verso quel mondo digitale che ne ha, in qualche modo, decretato la fine.

E ora godetevi i vostri sporchi smartphone” tuona la copertina dell’ultimo numero, che riassume in questo modo il motivo alla base della decisione dell’editore di sospendere le pubblicazioni.

L’ampliamento dell’accesso ad internet nella metropolitana della capitale americana ne ha marginalizzato la lettura e, nonostante le 130 mila copie distribuite su base quotidiana, il tema vero è che nessuno ci faceva più caso, l’attenzione catalizzata appunto dallo smartphone.

Un cambiamento, quello delle abitudini di ricerca di informazioni da parte dei lettori, ben descritto dall’editoriale di addio di Dan Caccavaro, executive director dell’Express che ricorda “Quando abbiamo lanciato nel 2003, non esisteva un iPhone. Sarebbe passato un altro anno prima che gli studenti di Harvard iniziassero a usare un nuovo social network chiamato Facebook per tenere d’occhio i loro compagni di classe. Nessuno stava twittando nulla, o usando Instagram o Snapchat”.

Occorre però considerare, come ha fatto Riccardo Luna su La Repubblica, che “l’obiettivo del giornalismo non è vendere carta, è diffondere le notizie, non importa su quale supporto. Ciò detto la carta non muore necessariamente, lo dimostra la resistenza dei libri di carta rispetto agli ebook”.

Dietro la fine dell’Express quindi, più che internet o gli smartphone, c’è il non interesse dell’editore di proseguire l’attività in un modo diverso, perché tutto si può dire al Washington Post (di proprietà di Jeff Bezos dal 2013) tranne che non sappiano come va il mondo delle news nell’era di internet in mobilità.

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